Ieri sera, intorno alle 21, mi trovavo all’aeroporto di Fiumicino dopo una lunga giornata di lavoro, cominciata verso le 7 a Venezia con il volo nella direzione opposta.
In piedi, un po’ perché non c’erano posti sulle sedie e un po’ per non stare sempre seduto come nel resto della giornata, al gate attendevo un po’ annoiato che iniziasse l’imbarco, per il quale era già stato comunicato un ritardo di 15 minuti, che già si intuiva sarebbe aumentato.
E finché ero lì, con la musica dell’iPhone nelle orecchie, mi divertivo a guardare la gente intorno a me. Quanta umanità, e diversa, si vede passare in pochi minuti in aeroporto!
Lavoratori di rientro a casa come me dopo una giornata di lavoro che si mescolano con turisti diretti nella “più romantica di tutte le città”. Gente che corre tra i gate, cercando di non perdere la coincidenza, e che si trova a semplicemente passare per quel ‘aeroporto, non curante probabilmente neanche di essere in un posto piuttosto che in un altro.
Poi l’immancabile cafone che sbraita contro una hostess – sante donne, detto da un ex-cameriere più volte preso a male parole dai clienti per colpe altrui (pizzaioli, cuochi, ecc.) - a causa di qualche contrattempo o forse solo per scaricare il proprio malessere.
E poi innamorati, coppie, bambini, preti, politici&VIP, sconosciuti colleghi riconosciuti da zainetti o altri accessori, bianchi, neri, gialli, eccitati, stanchi, assonnati, annoiati, in coda al gate già mezz’ora prima dell’inizio dell’imbarco o seduti fino all’ultimo istante sulle poltroncine.
Tutti apparentemente così diversi ma forse invece tutti uguali, tutti ad inseguire un piccolo o grande sogno.
In questo caleidoscopio di persone, forse per colpa dello stordimento derivato dal BigMac (niente consola di più lo spirito ed il corpo quando se ne sente il bisogno), ad un tratto mi è sembrato di osservare il tutto da lontano, da fuori.
E da là continuavo ad osservare…
